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Intervista con Alessandro Del Gaudio

 

Buongiorno readers, oggi il blog vi farà conoscere uno scrittore che abbiamo letto, recensito( qui la nostra opinione) ed adorato: A. Del Gaudio, autore di Rintocchi di clessidra di Alessandro Del Gaudio, ( pubblicato in Self Publishing).

Abbiamo conosciuto Alessandro durante il mega meeting virtuale del CSI del 29/11/2020( qui il diario dell’evento).

 

Fantasia e letteratura si sposano tra magia e giocattoli, unendo reale e soprannaturale. Donando al lettore un viaggio irripetibile ed unico. Alessandro  Del Gaudio è in grado di incantare, grazie alla maestria letteraria, la trascinante fantasia e lo stile ricco ed ipnotico.  Una lettura piacevole e con molti  rimandi alla filosofia ed i classici della letteratura;  i latini pensavamo che il tempo fugge, lo scrittore rende a mio parere, questo concetto il perno del libro. I rintocchi della clessidra scandiscono le vite e del Multiverso ,riprendendo la teoria del caos e l’imprevedibilità del destino. Yorke scriveva, ” nella vita è importante essere flessibili. Io non pianifico le cose, preferisco scoprirle”, l’autore sembra seguire questo suggerimento inserendo un colpo di scena che creerà il caos.  Lo stile fluido e minuzioso impreziosisce questa raccolta di storie, in grado di regalare sorrisi, riflessioni e scoperte inaspettate.

 

 

 

Ciao. Vuoi presentarti ai nostri lettori?

Buongiorno a tutti. Mi chiamo Alessandro Del Gaudio e sono un autore torinese con all’attivo una quindicina di pubblicazioni tra romanzi e saggi e numerose collaborazioni. Nel corso della mia vita ho svolto numerosi lavori, tra cui quello di bibliotecario, che è tornata ad essere la mia occupazione dalla scorsa estate.

Come nasce il rapporto con la lettura?

L’amore per la lettura mi accompagna fin dall’età dei dieci anni. Ammetto che la passione per i libri è iniziata per lo più alle scuole medie, quando ho iniziato a leggere narrativa fantastica, scoprendo una vera attrazione per il fantasy.

Libro preferito?

Ce ne sono diversi, ciascuno dei quali a suo modo ha dato vita ai filoni che amo scrivere. Mi piace ricordare La storia infinita di Michael Ende, che è in assoluto il libro che ho letto più volte, in svariati momenti della mia vita, e Norvegian Wood Tokyo Blues, che scoprii in una Feltrinelli di Torino a ventun anni, quando Murakami era ancora un perfetto sconosciuto. Allora si intitolava solo Tokyo Blues e lo acquistai a scatola chiusa.

E la scrittura? Quando è cominciata questa avventura?

Paradossalmente ho cominciato prima a scrivere che a leggere, ma contrariamente a quello che fanno alcuni scrittori italiani, che scrivono tanto e non leggono per niente, io decisi di mettere sulla carta storie che avessero come protagonisti personaggi inventati o, in alcuni casi, alcuni presi dai cartoni animati o dai film, mescolati con altri di mia ideazione. Così facendo mi appoggiavo sul già conosciuto per modificarlo a mio piacimento. L’amore per la lettura mi ha permesso, poi, di dare forma a storie completamente mie. Dai miei primi racconti sono passati quasi quatant’anni.

Che rapporto hai con la fantasia e la creatività?

Un rapporto per tre quarti di amore e per un quarto di sofferenza, perché a volte la fantasia ti porta a vedere anche cose che non sono vere o che desidererei fossero diverse senza che i miei desideri vengano esauditi. Osservando spesso le vite degli altri e riportandole sulla carta nei miei personaggi, capita che mi immedesimi in esse al punto da ritenere che alcuni eventi fortunati potrebbero capitare anche a me. Intendiamoci, non è che possa lamentarmi della mia vita, ma si tende sempre ad aspirare a un miglioramento, e chi come me ha una grande immaginazione suppone cose che poi non avvengono.

Hai pubblicato diversi libri? Vuoi parlarcene? Per ognuno di essi vuoi tre motivi per cui varrebbe la pena leggerli?

Considerato il numero di libri pubblicati sarebbe complicato per me parlarvi di tutti. Posso dirvi che per lo più mi sono occupato di due filoni, il fantastico e il mainstream, con la sola eccezione di due saggi dedicati al mondo del fumetto. In tutte le mie storie c’è sempre un pizzico di imprevisto, sono vicende in cui mi piace mescolare suggestioni, al punto che le trame non procedono mai in maniera perfettamente lineare. Per il mainstream il tema centrale è la quotidianità dell’uomo medio, alle prese con la famiglia, il lavoro, la città, l’amore. Sono tutti argomenti ampiamente trattati, la narrazione è sempre in prima persona e lo stile molto asciutto, fatto di pennellate veloci ed evocative.

Anche nel fantastico amo l’introspezione, non a caso la trilogia di Big City (Metallo d’Ombra, Lacrima d’Ombra e Anello d’Ombra) è scritta interamente in prima persona. Però quando scrivo narrativa fantasy la contagio con altri generi, come l’hardboiled, la distopia e l’onirico. Per questo definisco i miei romanzi fantasy spuri con un forte elemento introspettivi, in cui i personaggi evolvono nell’arco della storia come accade nei migliori romanzi di formazione.

Come nascono la stesura e la successiva pubblicazione?

In genere la storia nasce da un immagine, legata a un luogo o a un personaggio. Per esempio, nello scrivere uno dei miei ultimi romanzi, ancora inedito, tutto è nato dall’idea di una città in cui ogni quartiere era a sua volta una città, governata da un borgomastro. Dopo sono venuti fuori i personaggi e le linee principali della trama. Purtroppo anche quando stilo una scaletta non riesco mai a seguirla, finisco per lasciarmi guidare dall’istinto. È come se la penna andasse per i fatti suoi e diventassi solo un tramite per raccontare la storia che man mano si dipana.

Per la pubblicazione dipende dall’editore, ma in genere rileggo il libro diverse volte per sistemarlo e poi lo affido a un beta lettore e a un editor per migliorarlo.

Creazione silenziosa o accompagnata dalla musica?

A volte mi piace ascoltare la musica, e quando succede spesso la scelta ricade su generi che poco o nulla hanno a che vedere con l’argomento del libro. Tipo scrivere un fantasy ascoltando Guccini. A qualcuno è mai capitato di farlo? A me sì.

In altre occasioni ho tenuto la musica spenta perché mi distraeva, mi impediva di ascoltare la mia “voce interiore”.

 Rintocchi di Clessidra come nasce?

Sarò schietto, Rintocchi di Clessidra è stata un’improvvisazione dell’ultimo momento. Avevo dei racconti per ragazzi che tempo fa avevo riunito sotto il titolo Occhi color meraviglia e che in passato un editore si era dato favorevole a pubblicare, per poi dileguarsi. I racconti sono stati in un cassetto fino a ottobre, quando ho deciso di metterli su Amazon. Ma mentre li rileggevo prendeva forma nella mia mente un nuovo racconto, quello principale, che ruotava attorno a quattro personaggi, e che aveva il ruolo di legarsi agli altri. Da un certo momento in poi ho capito che gli eventi del racconto che narrava il protagonista, Nivolet, potevano irrompere nella sua storia, ed ecco che è nato un romanzo molto particolare, in cui ho dovuto lavorare sui racconti scritti in passato per adattarli alla storia principale. Parlando di una clessidra attorno a cui è edificato il palazzo in cui Nivolet vive, ho immaginato che ad ogni storia corrispondesse un granello di sabbia e che quando lo scrittore terminava di metterla sulla carta, il granello nella clessidra cadesse. Ma cosa sarebbe successo una volta che i granelli fossero caduti tutti? Ed è qui che è entrata in ballo Esterel e a seguire l’Uomo delle Mosche.

 Come hai conosciuto CSU?

La collaborazione con CSU è iniziata al Torino Comics del 2015, quando ho partecipato per la prima volta da espositore con i miei libri. Allora il collettivo era un’associazione che si chiamava SEU – Scrittori Emergenti Uniti, fondata da Laura Santella. Poi per il primo Salone del Libro ho conosciuto anche altri autori e gli altri soci storici, tra cui Claudio Secci, con cui nel corso degli anni sono cresciuti amicizia e stima reciproca. In passato avevo cercato di mettere in rete autori di tutta Italia con un progetto che si intitolava Fuori Scaffale, naufragato miseramente, e quando ho conosciuto l’associazione sono stato felice di farne parte, cercando di dare il mio modesto contributo nelle diverse manifestazioni. Mi piaceva che autori diversi si mettessero insieme per fare gioco forza nell’ingarbugliato panorama italiano, fatto di piccole realtà incapaci di dialogare e grandi gruppi editoriali che dettano legge. Ma soprattutto di una massa informe di scrittori che piuttosto che mettersi insieme preferiscono autocompiacersi alla caccia di qualche sterile like. Il CSU mi ha permesso di credere che si può essere diversi e sono stato felice di poterne far parte.

 Dopo diversi libri, pro e contro dell’attuale mondo editoriale?

Io sono abituato a pensare l’attuale mondo editoriale fatto di più strati. Ci sono i grandi gruppi editoriali che monopolizzano il mercato e il sistema librario con le loro catene. A seguire abbiamo le altre case editrici nazionali, che pur senza far parte di questi gruppi sono riusciti a ritagliarsi un posto nelle librerie grazie a pochi ma fondamentali autori di successo che hanno avuto l’acume di scoprire. C’è poi il grande lago dell’editoria indipendente, dove secondo me qua e là si pesca il pesce migliore, ma che in alcuni casi è fatto di case editrici a pagamento (tante sì, ma meno di quanto si pensi). E poi da qualche anno abbiamo il fenomeno dei self, che l’ambiente non accetta di buon grado e cerca di ostacolare per mere ragioni affaristiche (cosa pensereste se un settore come l’editoria su cui avete deciso di investire di punto in bianco risultasse inutile?)

Va precisato che nelle autopubblicazioni spesso si incappa in libri scritti male che starebbero meglio nel cassetto, opere di gente che semplicemente dovrebbe fare altro nella vita invece che alimentare l’illusione che tutti si possa diventare grandi scrittori, basta crederci. Ma anche il pregiudizio verso il self publishing è a suo modo esagerato, tenuto conto che non vedo questa grande differenza tra chi decide di autoprodursi e quegli autori, e sono tanti, che fondano una casa editrice solo per poter mettere in catalogo i propri testi.

Hai preso parte a fiere letterarie? Ricordi e considerazioni?

Da torinese ho la fortuna di ospitare in casa la più importante fiera italiana del settore e una delle principali in Europa. Per un torinese il Salone è un evento irrinunciabile, in cui si trova veramente di tutto. Non ho mai amato andarci per partecipare alle conferenze dei soliti vip o per visitare gli stand delle case editrici maggiori, che per lo più propongono novità che una settimana o due dopo trovi in tutte le librerie. Ci vado per incontrare i colleghi che come me si cimentano nell’affascinante quanto estenuante mestiere della scrittura e per conoscere le piccole realtà editoriali che diversamente non avrebbero molte altre occasioni per mettersi in vetrina. Ma ho avuto occasione con alcuni editori e soprattutto con il CSU di conoscere anche manifestazioni più piccole, e ne ho un piacevole ricordo, anche se alcune si sono rivelate fallimentari in termini di afflusso di pubblico e vendite.

 Self o casa editrice?

Io sono sempre per avere un editore alle spalle, ma in due occasioni – nel 2011 con Aziza e l’anno scorso con Rintocchi di Clessidra – ho deciso di pubblicarmi in autonomia. Quando capita è perché l’editoria mi stanca. Mi è capitato in alcuni momenti di vivere momenti di morta con le case editrici. Capitava che mandassi testi in giro senza ricevere risposta o rimediando al massimo una frase copia e incolla. O peggio ancora che le case editrici che avevano in passato investito su di me di punto in bianco si dessero latitanti. In questi momenti ho pensato di fare da solo. Non riesco a credere che se fino a pochi mesi prima ciò su cui lavoravo era ritenuto valido di punto in bianco non lo fosse più, e in entrambi i casi i lettori mi hanno dato ragione. Penso che chi ha avuto numerose pubblicazioni alle spalle con case editrici possa permettersi di tentare la strada del self. Anche se ogni volta mi convinco di poter fare meglio e mi esorto a non smettere mai di cercare di crescere come autore, ho vent’anni di carriera alle spalle e questo vorrà pur dire qualcosa.

Consigli per aspiranti scrittori?

Non so se sia la persona più indicata per dare consigli, ma quello che posso dire è che leggere molto mi ha permesso di migliorarmi come autore. E soprattutto, leggere di tutto. Poi vorrei suggerire loro di non smettere di credere nei loro sogni, anche quando le risposte non arrivano, ma al contempo di accettare i consigli senza arroganza.

Lettura e scrittura vanno di pari passo nella tua vita o dipende dal momento?

Direi che non passa anno che non abbia scritto qualcosa o non abbia letto un bel po’ di libri, ma mentre la lettura è per me nutrimento, la scrittura è palestra. Quando sono alle prese con la stesura di un libro passo intere giornate ossessionato dalla storia, senza che mi riesca di fare molto di più, compreso immergermi nelle storie di qualcun altro.

 Come hai vissuto il 2020?Pandemia e lockdown hanno influito sui tuoi progetti?

I primi mesi di quarantena sono stati pesanti. Vivendo da solo temevo di svegliarmi un giorno e scoprire di avere il virus, ma col tempo ho imparato a conviverci. Sono diventato più ligio e ho imparato a relazionarmi con la solitudine molto meglio. Inoltre, il 2020 è stato un anno davvero prolifico, ho terminato la stesura di tre libri, tra cui Rintocchi di Clessidra, e ho letto più di trenta romanzi. Merito, certamente, anche dell’impiego presso le biblioteche civiche della cintura di Torino. Insomma, per me è stato un anno meno terribile che per altri.

Ringraziamo Alessandro per la sua simpatia e disponibilità.

Speriamo di avervi incuriosito e corriate a leggere, Rintocchi di Clessidra di Alessandro Del Gaudio!

L’autore:  Alessandro Del Gaudio
Vive a Torino e ha pubblicato quindici libri, di cui Rintocchi di Clessidra è il secondo in self publishing. Ha inoltre curato due antologie di genere fantastico.
Il romanzo Tenebra Lux si è classificato terzo all’edizione del 2019 del prestigioso premio nazionale di narrativa fantasy Trofeo Cittadella.
Lavora come bibliotecario e si occupa di progetti di cittadinanza attiva nella periferia torinese.

 

 

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