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Un regalo sotto l’albero, “Il ladro di anime umane”

Buon pomeriggio readers,

questa sera per l’evento libroso”un regalo sotto l’albero”, scopriremo insieme il libro………..

TITOLO: Il ladro di anime umane
 
AUTRICE: Morena Muccini
 
CASA EDITRICE: Self Publishing
 
GENERE: Romance
 
PAGINE: 152
 
PREZZO EBOOK: 2.99
 
PREZZO CARTACEO: 9.99
 
DATA USCITA: 25 Marzo 2019
 
 

Eros è un dottore talentuoso che, nel corso degli anni attraverso una lunga ricerca, è riuscito a estrarre le anime dai corpi. Le emozioni umane lo metteranno a dura prova e lo catapulteranno in un’altra dimensione, dove i valori assumono un nuovo ed inaspettato scenario. Eros dovrà decidere che cosa fare delle informazioni e della sua scoperta così all’avanguardia, cercando di comprendere se è più saggio rivelare al mondo come fare a rubare l’anima delle persone senza essere usata come una bomba a orologeria. Salvare le vite o lasciarle distruggere? Se la conoscenza venisse messa in menti malate di potere, successo e egoismo, cosa succederebbe?
 

 
 
Mi ritrovo qui, seduto davanti allo schermo del mio computer, per raccontare una storia che molti di voi riterranno impossibile e non veritiera, in un quotidiano vissuto di vita reale. Non potrò arrivare a svelarvi il metodo col quale riuscivo ad estrarre le anime dai corpi umani, e di come sono riuscito a rimetterle di nuovo dentro ad essi. Ho passato innumerevoli anni ad analizzare, a ricercare meticolosamente un metodo per trovare e selezionare la parte più preziosa dell’anima, mi ritrovo a cercare di riuscire a creare un’anima dalle caratteristiche superiori a tutte le altre. La selezione è ampiamente accurata duramente scelta fra le menti delle persone più eccelse. Ad oggi sono quindici anni che ho intrapreso questo viaggio, e solo ora ho deciso di smettere con questo dannato esperimento. Immagino che vi starete chiedendo il perché di questa mia decisione. Semplicemente mi sono accorto che la soluzione era proprio lì davanti al mio naso, ma spesso, quando abbiamo le cose di fronte ai nostri occhi le ignoriamo, quasi inosservate, diventiamo ciechi. Dimenticavo quasi di presentarmi; mi chiamo Eros, ho 45 anni e vivo a Milano in questo momento, ho girato quasi tutto il mondo, prima di intraprendere questi miei pazzi test, in seguito alla mia drastica scelta. Fin da bambino, e ancor più da adolescente, la mia curiosità si è fatta strada nei riguardi del corpo umano. Comprendere ciò che contiene e avvolge il mistero di un’anima, mi ha portato fino qui. Terminata l’università in tempi record, a soli venticinque anni, mi sono trovato a ricoprire il ruolo di medico chirurgo, presso l’ospedale più rinomato di Milano. Questo lavoro mi ha sempre affascinato, però da subito sentivo dentro di me una mancanza, una conoscenza che non era mai stata documentata da nessuna parte, ma che dentro di me aveva radici innate. Nei libri ho appreso come è strutturato il corpo umano, ma dell’anima non se ne parlava mai, se non in modo marginale. Eppure, è parte anche essa del nostro corpo, anche se ospitata e protetta per poco tempo dall’involucro di carne ed ossa, rimane qualcosa di misterioso per l’intera umanità. Ma non per me. Non più ora. Mi ricordo il giorno in cui ebbi l’idea di poter estrarre un’ani-ma dal corpo. Ero seduto al bar a fare colazione mentre leggevo il mio solito quotidiano. Una vecchia tradizione data dall’odore della carta che mi ricorda quello dei libri, che sono parte integrante della mia vita, e rievocano anni meravigliosi passati a scuola e all’università. Non mi piace leggere sullo schermo inodore di un tablet, preferisco sentire la fragranza che emana l’anima della carta fresca di stampa. Mentre ero immerso nella lettura di un articolo sul crollo della borsa a Wall Street, mi apparve l’idea di come fosse possibile separare l’anima dal corpo, e come riuscire a racchiuderla in un involucro per poterla analizzare e per poterne estrarre le più importanti informazioni, in grado di migliorare il mondo e soprattutto noi stessi. Ho sempre pensato all’aspetto positivo dell’esperimento, senza escludere stupidamente la possibilità che, l’eventuale scoperta, potesse portare anche svantaggi molto sconvenienti a tutti gli abitanti del nostro pianeta. Non mi ero mai posto il quesito: ma se qualcuno sfruttasse questo potenziale che ne deriva per amplificare il male, anziché il bene? Sarebbe la fine di tutto. Nonostante possa descrivermi come un genio dall’aspetto intellettuale, ho sempre avuto un fascino particolare per le donne, anche se alla fine ho capito che quell’aspetto di me, era soprattutto dovuto dalla carta di credito e dal suo colore particolarmente attraente. Non mi ritengo un uomo affascinante, ma determinato e sin-cero, soprattutto onesto e molto spesso troppo ingenuo. Penso che l’unica ragazza che mi abbia voluto veramente bene per ciò che ero, sia stata Federica. All’età di quattordici anni mi ha strappato il primo bacio, ma io, per timidezza e per paura, non andai oltre perché ero ancora troppo fanciullo, anche se capivo già che quel sentimento non era poi così forte quanto il suo. Forse la ferii per questo, ma le avrei fatto ancor più male se avessi continuato a frequentarla, ingannandola e rendendola schiava di me. Tutto quello che ho potuto fare è stato cercare di farle conoscere i miei lati negativi. Nonostante questo, Federica si è sempre impegnata nel farmi comprendere che positivo e negativo creano equilibrio e sono entrambi importanti per l’individuo e per la coppia. Così mi ritrovai a combattere, ma lei fu molto più forte e tenace di me. Ancora oggi so di poter contare sulla sua presenza come amica fedele, come una preziosa spalla sulla quale poter appoggiarmi, come sostegno. A Federica non ho mai raccontato la storia della scissione delle anime, un po’ per proteggerla, ma anche perché conoscendola, temevo che si sarebbe offerta come volontaria per sotto-porsi ai miei esperimenti. Ci tenevo troppo a lei, non avrei mai potuto permetterle questo, anche perché se le fosse successo qualcosa non me lo sarei mai perdonato. A questo punto vi starete chiedendo: quante persone ho ucciso a causa del mio orgoglio e alla mia presunzione? Beh, non vi nascondo che i primi esperimenti non hanno portato nulla di buono, però considerate erano applicati alle persone vittime di operazioni chirurgiche, e che la morte clinica era praticamente già confermata. Una misera consolazione, dopo la delusione di non essere stato in grado di salvare quella vita. Negli interventi più difficili e complicati, quando il cuore cessava di battere completamente, procedevo nel tentativo di riuscire ad estrarre quell’essenza che stava per schiudersi. Di solito il mio intervento per recuperare l’anima era troppo tardivo. Solo a distanza di molti tentativi ho compreso che l’esperimento avrebbe funzionato solamente nel caso in cui l’anima fosse stata ancora dentro al corpo, e col vincolo che il cuore battesse ancora. Quando siamo in fin di vita l’anima è già scissa dal corpo e fluttua sospesa, è come se ponderasse se ritornare di nuovo all’interno di quell’involucro inerme, oppure se procedere verso il proprio cammino, per trovarsi sul sentiero dell’evoluzione del post mortem. Mi considero una persona altamente sensibile, e solo il mio coraggio mi ha dato la spinta per poter riuscire a continuare incessantemente col mio lavoro. È anche vero che ogni sconfitta mi lacerava il cuore, ma col tempo vedevo soprattutto il mio impegno, dedicandomi per fare del mio meglio, facendo tutto il possibile per tenere in vita il paziente. Quando l’esito dell’operazione è negativa, nonostante i miei sforzi, cerco di convincermi che ho utilizzato tutto quello che ho in possesso. Le decisioni sono sempre caute e confrontate dopo attenta consultazione dei colleghi di camice. Nulla è una scelta casuale. Esercitare come medico in apparenza può sembrare un mestiere come tanti altri, invece è molto impegnativo sia da un punto di vista fisico che psicologico. Ogni sconfitta è come percepire un dolore lancinante che ti colpisce ogni volta duramente, sempre più forte e in profondità. L’unica cosa che posso fare è quella di non arrendermi, ma di rialzarmi ancora in piedi e cercare di mettere tutta la forza che c’è in me, insieme alle mie conoscenze per poter cercare di donare quel poco o tanto di residuo di vita che rimane ai pazienti. Non mi reputo un classico medico a ore, ma piuttosto un professionista umano che vorrebbe sempre essere presente. Ma col passare del tempo ho imparato a staccare e a prendere pause, perché oltre a non reggere fisicamente, sarei potuto arrivare a distruggermi anche il cervello. Quando non si stacca mai la spina si rischia di mandare in sovraccarico il cervello e la concentrazione viene meno, cosa che in un ospedale non possiamo permetterci. La concentrazione è tutto, se manca questa allora possiamo cambiare mestiere. Imparare a conoscere dove e quali sono i nostri limiti, e cosa e come il nostro cervello ci comunica i ritmi da seguire. Tempi e modi per respirare, correre, dormire, man-giare, anche se la passione è così profonda per questa professione esiste la necessità di comprendere il nostro star bene per poter trasmetterlo ai pazienti. Quando iniziai la mia carriera non capivo come mai i medici avessero bisogno di fare tante ferie. Con quale sensibilità d’animo riuscivano a staccarsi dai pazienti in quel modo? Quando lavoravo al pronto soccorso come praticante ero stato incaricato nel primo periodo nell’accoglienza e a rispondere alle chiamate del centralino. I medici non chiamavano mai per accertarsi della salute dei propri pazienti, li vedevo come dei robot senza cuore e senza anima. Poi la verità mi è giunta fra le mani e ho capito che avere la mente sempre concentrata nel lavoro ti porterebbe sulla strada della pazzia mentale. Sì, è proprio così, più rimani concentrato nel tuo lavoro e più rischi di commettere errori dei quali rischieresti di portarteli dietro come rimorsi per tutta la vita. Per fortuna sono arrivato a capire questo prima che potesse anche solo succedere qualcosa di tragico. Il sentire la necessità di poter far qualcosa per gli altri a volte poteva risultare persino morboso e malato, era come se mi nutrissi nel donare la possibilità al prossimo di poter vivere di nuovo. Dopo essermi consultato coi colleghi facoltosi, e non trovando alcun tipo di spiegazione che potesse risolvere il perché di questo mio comportamento compulsivo, mi hanno scherzosa-mente canzonato come caso fuori campo. La mia personalità sembrava essere di difficile interpretazione anche da un genio della psicoanalisi, nemmeno Freud avrebbe avuto possibilità di interpretare i miei modi d’essere. Sono un caso fuori dal comune, al limite dalla follia più pura.
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